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Uccisa in ascensore la giornalista Anna Politkovskaja
Pensava che il fatto di essere conosciuta in tutto il mondo le facesse da scudo. Ma per Anna Politkovskaja, la giornalista più critica del regime di Vladimir Putin e l’accusatrice più coraggiosa dello scandalo ceceno, il mondo ieri si è ridotto all’abitacolo di un ascensore, dove stava per appoggiare i pacchi della spesa dopo aver chiuso la serratura della sua vecchia Zhigulì. Lì un tipo vestito di scuro con un cappello di baseball ha fatto fuoco su di lei, colpendola tre volte al petto e una alla testa. «Mi sveglio ogni giorno con la sensazione che potrebbe essere l’ultimo», ci aveva detto una volta. E ieri quel giorno è arrivato per davvero. Però è strano, perché negli ultimi tempi Anna Politkovskaja si sentiva più tranquilla. Non che avesse smesso di denunciare gli orrori ceceni - stava preparando un’inchiesta sulla corruzione del ministero della Difesa ceceno e una lista di crimini commessi negli ultimi mesi dagli uomini di Ramzan Kadyrov, l’attuale premier filorusso - ma sapeva benissimo che nessun governo sarebbe caduto a causa delle sue parole, che nessuna strategia politica avrebbe conosciuto inversioni di rotta e che persino i funzionari di Strasburgo avrebbero raccolto i suoi appelli impilandoli con cura nelle pratiche da smaltire senza urgenza. «Non parlava più di minacce», ha detto ieri il suo ex marito. E però l’hanno ammazzata lo stesso. Nel 2001 una bomba artigianale era esplosa davanti alla sua porta di casa e lei non era stata colpita per un soffio, un’altra volta sfuggì per puro caso a un agguato fuori dalla redazione del giornale per cui lavorava, la «Novaja Gazeta». Nel 2004, mentre era a bordo dell’aereo che avrebbe dovuto portarla a Beslan per seguire l’attacco alla scuola N°1, qualcuno avvelenò il suo the costringendola per giorni in una stanza di ospedale. E poi lettere minatorie, telefonate di minaccia nel cuore della notte, una casella di posta elettronica perennemente intasata da mail di insulti. Ma ogni volta tutto sembrava far parte di un tradizionale gioco russo: spaventare, minacciare, imbavagliare laddove possibile, ed evitare il più possibile crolli di immagine del Cremlino. «Spesso non era solo critica ma anche cattiva - ha commentato ieri il deputato ultranazionalista Zhirinovskij, che nel 2006 l’aveva addirittura inserita in una lista di “nemici dello Stato russo”. Non era un segreto per nessuno che fosse un nemico, ma si riesce a immaginare qualcosa di più deleterio per il governo russo della morte di Anna Politkovskaja il giorno del compleanno di Vladimir Putin? Una tipa magra, nervosa, con i lineamenti tirati e l’abitudine a bere grandi tazze di caffè americano. La maggior parte dei giornalisti russi la considerava un’esaltata con manie di protagonismo, e non sarà mancato, ieri, chi a mezza bocca avrà borbottato che «in fondo se l’è cercata». Per i più giovani, tuttavia, Anna Politkovskaja era un vero mito. Era a loro che pensava quando diceva che «temeva più per i suoi figli che per lei», ma in realtà era per loro che rischiava la vita, «perché imparino a credere in una Russia migliore, in cui le persone non mettano le testa sotto la sabbia ma abbiano il coraggio di fissare il potere negli occhi». Conosceva la Cecenia come le sue tasche: aveva incontrato i guerriglieri, respirato l’aria pesante delle caserme russe e degli interrogatori, aveva camminato tra la gente di Grozny, ed era stata l’unica ad avere avuto accesso al teatro della Dubrovka per tentare di avviare una mediazione tra il commando ceceno e le autorità russe. Lunedì sarebbe dovuto uscire un suo articolo sulle torture inflitte dai militari russi ai civili ceceni nel 2004, cioè a guerra già abbondantemente finita, quando a rigore la «normalizzazione» era nel suo pieno svolgimento. La redazione sostiene di non aver ancora ricevuto il testo dell’articolo, anche se il direttore della Novaja Gazeta, Dmitri Muratov, ha ammesso che «L’assassinio potrebbe essere legato a ragioni professionali». Non sarà facile individuare - in quell’inestricabile groviglio di odio che è diventata la Cecenia «normalizzata» di Vladimir Putin - a chi appartiene la mano che ha sparato ad Anna Politkovskaja. Potrebbe essere russa, cecena o tutte e due le cose insieme. «Tendiamo a escludere che si sia trattato di una rapina», hanno rassicurato gli inquirenti che ieri hanno preso in mano il caso.

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Fonte: La Stampa - art. di Francesca Sforza
News inserita il 10/10/2006 10:14:13 | News letta 1768 volte
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